CULTURA | Treia: la storia nel pallone. Viaggio in lettere tra patrioti e sportivi treiesi

Una figura leggendaria quella di Didimi, particolarmente attuale nell’anno del 150 dell’unità d’Italia

“Per il gioco del pallone ci voleva un muro. Macerata se l’era costruito tanto tempo prima che cadesse il papa, un muro interminabile, si chiamava lo Sferisterio perchè il pallone è una sfera. A Treja c’era il muro, ma non fabbricato per il gioco, era il muro che sosteneva la più bella piazza pensile del mondo… Da quel gioco del pallone era uscito un giocatore che se non era lui, era il diavolo; per la bravura di quel diavolo trejese, il recanatese Leopardi scrisse l’ode A un vincitore nel pallone. Quando giravo estasiata avanti ai banchi dei chincaglieri sotto le Logge… era il nome ad entrarmi di prepotenza negli occhi tanto era scritto grosso in una lapide: “Carlo Didimi”.
Poche righe e Dolores Prato, straordinaria penna del Novecento letterario italiano, ci immerge nel clima infuocato dell’agone sportivo e politico che hanno caratterizzato la vita di un grande patriota italiano: il treiese Carlo Didimi.
Arrivando a Treia basta affacciarsi dalla balaustra marmorea che sfonda sul Conero per immaginarlo lì, nella sua arena, con il suo bracciale e suoi amici carbonari, giovani nobili animati da nobili ideali e grande voglia di cambiare il corso della storia.
Una figura leggendaria quella di Didimi, particolarmente attuale nell’anno del 150 dell’Unità d’Italia in cui si ricordano altri due patrioti treiesi, entrambi garibaldini: Luigi Bonvecchi (che partecipò alla spedizione dei Mille) e Filippo Pierucci, combattente in difesa della Repubblica Romana.
Carlo Didimi ha ricevuto però l’onore più grande: quello di essere l’ispiratore della penna per eccellenza della letteratura italiana: Giacomo Leopardi.
Il poeta recanatese, suo coetaneo e probabile sodale, ne ammirava le qualità fisiche e morali al punto da dedicargli quella A un vincitore nel pallone che è stata l’ultima delle cinque canzoni civili scritte tra il 1818 ed il 1821 e che lo pone accanto alle grandi figure della storia italiana come Dante, Petrarca, i caduti d’Italia e le grandi donne italiane.
Leopardi parla della sudata virtude cioè della lotta e del sacrificio necessari per conquistare la vittoria e vede in Carlo Didimi l’esempio di quella che dovrebbe essere la gioventù italiana: forte, gagliarda, combattiva e non assopita nel femminile ozio. Per questo il poeta afferma:
Te l’echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella,
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell’età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.



Conosciamolo meglio allora questa figura leggendaria dello sport e del risorgimento che ancora oggi affascina.
Carlo Didimi nasce a Treja il 6 maggio del 1798 da Francesco e da Pasqualina Ercolani, entrambi appartenenti a quella nobiltà locale che viveva sulle rendite dei proficui possedimenti terrieri. Come costume dei suoi nobili coetanei si dedica con passione fin da ragazzino al gioco del pallone col bracciale. Ma Didimi non è un’atleta qualunque. Si dimostra ben presto un fuoriclasse la cui fama corre per L’Italia intera, conquistata sfidando e battendo i grandi campioni del suo tempo: “Massimo Domenico da Sacile, Pacini Angelo, Donati Luigi…e Donati Angelo…ed Ercole Sansone…Questi ultimi vinse anche tenendoli ambedue avversari contro se solo…”. Inconfondibile il suo stile, tanto che la leggenda racconta che, tornando dal Nord Italia dove aveva disputato un incontro, trovandosi ad assistere in incognito ad una partita in Romagna si trovò in mezzo ad un’animata discussione per un pallone dubbio. Scaldatisi gli animi, come sempre nel bracciale, il clamore sfociò nelle immancabili scommesse. Per dimostrare la sua tesi, Didimi infilò il bracciale e tirò dei colpi con maestria tale che tra gli spettatori uno esclamò “O sei il Diavolo o sei Carlo Didimi”.
Fedele al motto del proprio casato scritto nella stemma di famiglia, Non Fidere Aliena Laude, Didimi però non si è mai cullato sugli allori sportivi ed è stato un uomo profondamente impegnato politicamente nelle attività clandestine risorgimentali di ispirazione mazziniana, favorito proprio dal fatto che, girando l’Italia per giocare a bracciale, aveva la possibilità di avvicinare i patrioti e le associazioni carbonare.
Dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1831, il governo Conforti, al fine di evitare una massiccia persecuzione contro i patrioti, si limita a documentare che a Treia solamente poche persone hanno appoggiato la rivolta e soltanto cinque giovani inesperti avevano marciato verso Roma. Fra questi c’è Carlo Didimi il quale, partito volontario per la guerra insieme al fratello Didimo, veniva definito fanatico fautore e partigiano dei liberali.
In seguito alla caduta del governo delle Province Unite, viene denunciato nel 1839 a Tolentino e ricercato e perseguito perchè considerato fra i più compromessi con gli ambienti rivoluzionari.
L’amnistia che Pio IX concesse a tutti coloro che avevano svolto attività politica contraria al governo pontificio lo tirò defininitivamente fuori dalle pastoie della polizia politica.
In questo nuovo clima, Didimi, che aveva rallentato la sua attività sportiva per l’avanzare dell’età, continua una instancabile attività politica che lo porta a ricoprire diversi incarichi pubblici tra cui, dal 1847 al 1849, quello di amministratore del Comune di Treia.
È qui che morì, vedovo, presso il figlio Giovanni il 4 giugno del 1877. Ogni prima domenica di agosto Treia lo celebra con una delle rievocazioni storiche più interessanti del panorama italiano, quella Disfida del Bracciale il cui fiore all’occhiello sono gli oltre 100 giovani che si sfidano in un estenuante torneo di pallone col bracciale nell’arena cittadina a lui intitolata.

(informazioni da pubblicazioni del prof. Alberto Meriggi)

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