STAGE | Lo justu no ‘nganna mai

I media parlano da giorni di Sanremo come definitiva consacrazione per il dialetto che esce definitivamente dall’ambito della canzone popolare più strettamente intesa per salire sul palco dei mega show.
Verrebbe da dire che giunge buon… ultimo nel campo delle arti se pensiamo alla tradizione della canzone napoletana e, soprattutto, al teatro dove il dialetto rappresenta una vera e propria eccellenza culturale nazionale. Qui alcuni dialetti, per dirla con Orwell, sono “più uguali degli altri” perché hanno segnato la storia del teatro mondiale: il veneziano di Goldoni, il napoletano di Eduardo, il genovese di Gilberto Govi.
È proprio in un’ottica di avvicinamento anche dei grandi classici al teatro popolare che potremmo leggere il riuscitissimo tentativo della COMPAGNIA TEATRALE AVIS di Esanatoglia che va sotto il titolo di “Lo Justu no’ ‘nganna mai”.
Lo spettacolo traspone nella straordinaria lingua dialettale (che Federico Fellini pensava essere “come i nostri sogni, qualcosa di remoto e rivelatore… la testimonianza più viva della nostra storia”) un capolavoro assoluto come Tartufo di Mòlière nell’adattamento di Bruno Cardarelli.
Trasposizione dialettale della commedia sull’ipocrisia, ma anche sulle vanità e sulle debolezze umane, Tartufo tratta temi senza tempo.
Ne “Lo justu no’ ‘nganna mai”, l’operazione di recupero del significato storico e del senso culturale della parlata locale, anche in chiave di un recupero delle radici e dell’identità propri di ogni territorio è perfettamente riuscita.
Non siamo difronte alla classica e stucchevole farsa dialettale, ma una vera e propria pièce nella migliore tradizione del teatro popolare.
Molière presenta il suo Tartufo al re di Francia ricordandogli che il compito della commedia è quello di “correggere gli uomini divertendoli”.
Coinvolgente e moderno, pur nel rispetto del testo originale, l’adattamento che raggiunge pienamente l’ obiettivo del grande commediografo.
Convincenti gli interpreti Chiara Forti, Rolando Barbarossa, Orietta Lacchè, Daniele Matteucci, Licia Tofani, Alessandro Lacchè, Gianluca Chiappa, Massimo Ballanti, Ombretta Pennesi, Savino Marulli, Claudio Trampini che danno prova anche di una notevole dose di preparazione tecnica.
L’Orgone di ieri e di oggi è vittima del devoto Tartufo che lo raggirerà per  sottrargli cervello e tutte le sue sostanze. Il testo dialettale sa mantenere la verve originale di quello rappresentato la prima volta alla corte di Versailles, subito censurato e proibito per alcuni anni.
L’ampiezza lessicale e le strutture del dialetto hanno tradotto, con la sublime complicità dell’autore, situazioni e stati d’animo introspettivi e  moderni.
Un succedersi di colpi di scena fino al finale che, in questa versione, contempla Tartufo punito ed incarcerato.

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